L’etimologia della parola Eremita rimanda alla voce eremos che significa deserto, solitario.
La storia dello spirito pullula di persone più o meno conosciute che a un certo punto della loro vita decidono di ritirarsi in luoghi isolati, boschi, isole, montagne, grotte; così, a volte, il tarocco prende la rappresentazione di San Francesco che decide di abbandonare la casa paterna per ritirarsi nelle foreste umbre o di Giovanni Battista che, vestito di pelli, si nutre di locuste e miele attendendo di battezzare il Cristo.
S
i tratta di momenti in cui l’energia psichica si ritira dal mondo esterno per concentrarsi sul mondo interno. Momenti di introversione, direbbe Jung, che descrivono uno stato psichico che pervade, fin dall’inizio della nostra vita, l’esperienza personale, insegnandoci a leggere gli accadimenti esteriori alla luce della fiaccola che portiamo dentro di noi.
Questo arcano traccia l’intera parabola della solitudine esistenziale che potremmo distinguere in due forme di energia prendendo come parametro la legge dell’ottava elaborata da Gurdjieff per definire gli stati vibrazionali di ogni ente: una solitudine inferiore e una solitudine superiore.
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La solitudine all’ottava inferiore
Nel suo stato inferiore la solitudine è uno stato psichico che sottende esperienze di separazione, perdita, rifiuto, abbandono o anche di avvilente esclusione e disadattamento.
Le ferite emozionali primarie sono riaccese, un istante di possibilità trasmutativa profonda, che può essere colta da una anima di immersa ricerca di senso o immensa fede, che infondo, è la stessa cosa, ma che non elimina l’attraversamento delle primarie profonde e terribili esperienze di dolore.
Uno stato psichico che entra nel vissuto personale in fasi precoci della vita.
Nel quotidiano, il sapore doloroso delle ferite emozionali che la solitudine nasconde, alimenta strategie volte ad acquisire la benevolenza, o almeno, la presenza fisica dell’altro.
In nome della paura che induce può ispirare a rendere compiacenti fino a perdere di vista se stessi, fino ad accettare ogni denigrazione. E’ l’esperienza che si ritrova spesso nell’amare troppo, in quei rapporti narcisistici di dipendenza affettiva che spaziano dal compiacere delicatamente le aspettative altrui alla sottomissione indiscriminata e umiliante.
I rapporti più prossimi tutelano dalle angosce di perdita e isolamento, ma possono presentare, anche risvolti restrittivi che contendono sentimenti vincolanti, schiaccianti.
Sottrarsi ad essi, in casi come questi, non è solo un sollievo ma anche una guarigione.
In queste contingenze la solitudine si trasforma da afflizione in liberazione, salvezza. Costruisce il pezzo di autonomia, accompagna il percorso di indipendenza con la leggerezza del sollievo e la serietà della responsabilità del sé.
La solitudine all’ottava superiore
La solitudine a un livello evolutivo non è una liberazione è un attributo della libertà.
Viene percepita nelle sue coloriture emotive, ma non è primariamente uno stato affettivo, piuttosto è una dimensione dell’esistenza, un regime psicologico necessario alla manifestazione del proprio sé, della propria costellazione individuativa.
Nella sua forma pura è parte della libertà dell’Essere, non dell’Esistere, è la via del non attaccamento indicata dal Buddha o da altri maestri spirituali secondo la tradizione e la cultura di cui facevano parte.
Non è casuale che l’Eremita sia spesso rappresentato con abiti di monaco. Monakos, infatti, significa sia solo che unico.
La dimensione richiamata dall’arcano vuole, dunque, essere anche quella dell’unicità irripetibile, della realizzazione del sé: la solitudine è, cioè, funzionale alla manifestazione dell’unicità individuale.
In questo senso, il ritiro in monasteri trasformati in resort o la ricerca esotica di ashram orientaleggianti, costituiscono uno scadimento dell’Eremita perchè la vera solitudine consiste nella capacità di un proporzionato ritiro nella propria introspezione.
La lanterna che porta in mano l’Arcano è la luce che simboleggia la ricerca personale della propria interiore verità.
S. Agostino scriveva: Noli foras ire. In te ipsum redi: in interiore homine habitat veritas ( Non rivolgerti fuori. Ritirati in te stesso; nell’interiorità dell’uomo abita la verità).
Il viaggio dell’Eremita è un cammino di ricongiungimento al luogo della consapevolezza.
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