Il medico svizzero mutuò il termine Archetipo dalla lingua greca con il significato etimologico di “modello originario” e definì queste strutture come immagini costitutive di una forma di inconscio preesistente, trascendente l’esperienza del singolo, un inconscio superindividuale che chiamò inconscio collettivo.
Nella sua teoria degli Archetipi, Jung non limitò, infatti, come Freud la definizione di inconscio a un’area della psiche che contenesse i contenuti personali rigettati dalla coscienza, ma ne definì una forma universale, che travalicava la personalità e viveva autonomamente attraverso idee ancestrali e originarie.
Gli Archetipi sono principi strutturanti della psiche con le caratteristiche di una “legge di natura”, contenuti ideali e universali che fanno da modello alle esperienze concrete e contingenti degli uomini.Indice dei contenuti
Le caratteristiche degli Archetipi
Nella sua natura di universalità l’archetipo è, dunque, difficilmente definibile, ma fu possibile per Jung individuarne le caratteristiche principali:- L’archetipo è aprioristico: precede l’esperienza individuale, esiste, comunque e prima della psiche di tutti noi.
- L’archetipo è collettivo: si tratta di immagini comuni a un’epoca o a un popolo; caratterizza un linguaggio psichico identico per tutti gli individui.
- L’archetipo è numinoso: è un elemento essenziale circondato da sacralità, in grado possedere una energia che attrae e affascina la coscienza.
- L’archetipo è poietico: cioè creativo, genera nella psiche personale le energie in esso contenute, è in grado di influenzare l’esperienza dei singoli.
- L’archetipo è teleologico: struttura processi, dunque, finalizzati a uno scopo, è complementare all’istinto e collega le forze della psiche dando loro un significato determinato.
Un’ultima peculiarità definisce la natura dell’archetipo: esso non è conoscibile direttamente, non è definibile in quanto tale, ma è solo immaginabile attraverso le storie e i simboli che produce, per questa ragione si parla di archetipo del Puer (fanciullo) del Senex (Vecchio) o di archetipi materni e paterni. Per questa ragione si può parlare di archetipi nei Tarocchi.
Gli Archetipi e lo studio nei Tarocchi
È stato Jung stesso a soffermarsi sulle carte dei Tarocchi riconoscendo negli Arcani maggiori un mezzo di veicolo di immagini archetipiche, che corrispondeva alle caratteristiche che abbiamo precedentemente descritto. Egli arrivò finanche a parlare del mazzo di carte in un seminario sull’immaginazione attiva che tenne nel 1933: Le carte dei Tarocchi, disse «sono immagini psicologiche, simboli con cui si gioca, come l’inconscio sembra giocare con i suoi contenuti. Esse si combinano in certi modi, e le differenti combinazioni corrispondono al giocoso sviluppo degli eventi nella storia dell’umanità». Non era la prima volta che lo psicanalista si approcciava in questo modo ai giochi divinatori, conosceva molto bene i Ching e che nascesse l’interesse per una traduzione psicologica dei Tarocchi era, dunque, solo questione di tempo. I mazzi dei Tarocchi sono, infatti, composti da 78 carte, 56 Arcani Minori, (lamine divise in quattro semi numerate fino a 10 di coppe, denari, bastoni e spade, con l’aggiunta di cavalieri, fanti, re e regine) e 22 Arcani Maggiori, chiamati anche trionfi. Queste ultime figure sono particolari. Gli Arcani maggiori sono caratterizzati da forme simboliche e nomi allegorici in cui è possibile identificare le energie primordiali della psiche.
NB. Se ti interessa conoscere anche la visione moderna, Junghiana e psicologica dei Tarocchi ti propongo il mio studio: La Psicologia dei Tarocchi. Libro e Arcani
