Il modello ideale: immaginare è creare

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Ogni cosa nell’universo è in divenire: ogni cosa nasce, si sviluppa, muore, evolve, e lo fa con inventività, armonia, intelligenza.

Questo divenire pare andare avanti non casualmente piuttosto sviluppandosi come se ogni elemento evolvesse sapendo ciò che è giusto per lui: tutto diventa ciò che è destinato ad essere.

 

Aristotele chiamò questo processo entelechìa definendo così l’attuazione piena di ciò che prima era solo potenziale.

La domanda se anche l’essere umano partecipi a questo fatto naturale ha percorso e percorre la storia di tutte le religioni e le filosofie e  i cuori dell’ dell’umanità.

Procediamo a caso oppure esiste un Dharma, come insegnano le dottrine orientali, per cui ognuno è tenuto a rispettare il suoi modo intrinseco di sviluppo?

L’osservazione della nostra natura ci risponde.

Alcuni concepiscono il proprio sviluppo come un processo spontaneo. 

Il loro compito allora è diventare consapevoli di questo processo e facilitarlo eliminandone gli impedimenti.

Altri sentono di poter creare dinamicamente se stessi e la propria vita con un senso di attività costruttiva.

Chi ha ragione?

A mio parere entrambi, perché queste due energie  sono solo apparentemente in contraddizione.

Se tutti i destini hanno uguale dignità e ognuno deve cooperare per il suo adempimento allora lo scopo della nostra vita è già presente in noi, sebbene vi siano passaggi e scopi subordinati.

Ognun di noi tende al proprio ideale e lo fa secondo il Sé che ispira una volta l’una, una volta l’altra di queste due consapevolezze.

Cos’è il modello ideale

In questo contesto non intendiamo l’aggettivo ideale come obbiettivi ipotetici e idealizzati e neppure come norme stratte, parliamo invece del compimento delle nostre istanze più profonde momento per momento nella maniera più efficacie e desiderabile.

Parliamo di un processo di sviluppo modellato su ognuno e accompagnato dalla gioia, senza alcun senso di ridondanza, incompletezza, sforzo.

Tuttavia noi non viviamo l’ideale, non ci sentiamo così, vediamo una incongruenza tra ideale e realtà che certo ha una sua funzione di consapevolezza, ciò nondimeno è palese.

Come possiamo dunque sentire questo nostro essere parte del processo attuativo come reale? Non fittizio?

Come coltivare il  modello ideale

Il segreto sta solo nel ravvisare in noi stessi il movimento verso l’ideale, andando oltre le istanze di

  • controllo
  • pregiudizio

Andando oltre al come dovrebbe essere o dovrei essere.

Osservare l’innata tensione all’ideale fa nascere un senso di rispetto nei nostri confronti e una capacità di guidarlo e stimolarlo.

Coltivare una osservazione attenta ci prepara alla meraviglia su cosa ci porta di nuovo il processo.

Infine emerge  una fiducia nell’intelligenza creativa, che è anche un nuovo sentimento e una nuova maniera di affrontare le situazioni.

E’ importante non forzare mai i tempi.

La psiche umana ha i suoi ritmi: conosciamoli e rispettiamoli.

Le nostre possibilità in qualsiasi momento sono infinite, ma se guardiamo questa molteplicità dal punto di vista del nostro scopo, possiamo capire quali attività veramente corrispondono alla crescita vera e intrinseca del nostro essere.

La nozione che una forma ideale interna cerca di manifestarsi dentro di noi può aiutarci a riconsiderare le nostre concezioni.

Essa ci libera dalle sovrastrutture ma la crescita può essere di diversi tipi:

  • la crescita per una aumento lento e graduale come vediamo negli alberi
  • la crescita per eliminazione come per i serpenti che eliminano la pelle
  • la crescita improvvisa che però dipende da determinate condizioni come i funghi in autunno
  • la crescita per abbandono come le meduse che lascia la roccia per iniziare a muoversi liberamente
  • la crescita per fasi di latenza come nel caso della farfalla che deve attraversare la fase intermedia del bozzolo

la varietà è infinita.

Dobbiamo quindi fidarci del processo che è graduale e sempre soggetto a sperimentazioni.

Cercare di cogliere il nostro ideale in maniera affrettata può avere risultati opposti a quelli che ci proponiamo, intrappolandoci in atteggiamenti di auto-imposizione,  il contrario di quello che l’universo ci insegna.

Le forme ideali

Come vedrete nella prima visualizzazione della video lezione trovare le nostre forme ideali è facile.

Nel lavorare con la terapia immaginativa bisogna, tuttavia, sempre tenere presente che il criterio per non incorrere in immagini alterate è quello di considerare come corrispondenti solo quelle conformi al nostro sviluppo.

Gli studi del Center for Behavioral Medicine di Yale, hanno da tempo dimostrato che compiere una azione o immaginarla attiva le stesse aree del cervello, ciò significa che le immagini possono imprigionarci o liberarci.

Le immagini negative influenzano negativamente lo sviluppo degli individui su cui sono proiettate, ma è vero anche il contrario: immaginando chiaramente una possibilità ne rendiamo più facile la realizzazione, quindi possiamo aiutare il nostro scopo vitale immaginandolo come già attuato.

La seconda visualizzazione contenuta nel video serve a questo scopo ed è bene usarla riferita ad una qualità (per una lista vedi il post: come praticare la meditazione riflessiva)

Questa tecnica può essere usata anche in modo più estroverso, invece di lavorare su una qualità, possiamo concepire una funzione sociale: il parner, l’insegnate, l’amico ideale.

Possiamo visualizzare noi stessi in questa funzione, pensare al suo valore e e rappresentarcene tutte le qualità e gli atteggiamenti connessi.

Le attenzioni da porre nell’usare la tecnica

Come nota finale ma importante non dobbiamo mai mettere questa tecnica a servizio delle nostre frustrazioni o rabbie, ne confondere la tecnica del modello ideale con i sogni ad occhi aperti.

Il modello ideale è orientato verso la realtà e soddisfa solo mediante la manifestazione graduale di quell’ideale concepito.

Il modello ideale è l’espressione del nostro vero sé.

Un altro rischio è l’effetto-contraccolpo.

La nostra personalità può, infatti, reagire dapprima negativamente difronte all’immagine ideale e sentirla come un corpo estraneo che disturba l’equilibrio preesistente, per quanto insoddisfacente possa essere.

Può provare un senso di inadeguatezza o di colpa, e può anche reagire in modo compensatorio, esprimendo tratti opposti a quelli su cui abbiamo lavorato.

Ebbene, in questo effetto non c’è nulla di male, esso ci offre l’opportunità di vedere all’opera gli elementi conservatori della nostra personalità.

Notarli e portarli alla luce attraverso la consapevolezza significa lasciare che essi perdano spontaneamente di intensità, come succede quasi sempre quando non si interferisce con la loro presenza ma si continua invece a lavorare secondo il disegno scelto.

NB. Se ti interessa conoscere anche la visione moderna, Junghiana e psicologica dei Tarocchi ti propongo il mio studio: La Psicologia dei Tarocchi. Libro e Arcani

La psicologia dei Tarocchi Libro e carte

About the author

Laura Valli

Laura Valli, è affascinata dalla ricerca psico-simbolica fin dai tempi del liceo classico, ha scritto due libri traducendo le immagini dei tarocchi in archetipi junghiani. Il suo intento iniziale era sottrarre queste figure alla dimensione mantica, ma la ricerca l’ha portata a scoprire molto di più: se gli Arcani Maggiori ripercorrono il 'viaggio dell’eroe' secondo i canoni della psicologia archetipica, i Minori si sono rivelati veri e propri ritmi del Sé e sfaccettature della personalità.

In questa visione, il mazzo di tarocchi si trasforma in un raffinato strumento di auto-aiuto. Oggi Laura mette questa ricerca a disposizione degli altri attraverso corsi di formazione specialistici e sessioni di counseling individuale, offrendo percorsi in cui il simbolo diventa una chiave per la comprensione profonda della propria identità.

Oggi svolge professione di counseling ad indirizzo analitico transazionale, è formatore qualificato ASPIN, e ricercatrice e saggista per Anima Edizioni.

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By Laura Valli

Sull’autore

Laura Valli, è affascinata dalla ricerca psico-simbolica fin dai tempi del liceo classico, ha scritto due libri traducendo le immagini dei tarocchi in archetipi junghiani. Il suo intento iniziale era sottrarre queste figure alla dimensione mantica, ma la ricerca l’ha portata a scoprire molto di più: se gli Arcani Maggiori ripercorrono il 'viaggio dell’eroe' secondo i canoni della psicologia archetipica, i Minori si sono rivelati veri e propri ritmi del Sé e sfaccettature della personalità.

In questa visione, il mazzo di tarocchi si trasforma in un raffinato strumento di auto-aiuto. Oggi Laura mette questa ricerca a disposizione degli altri attraverso corsi di formazione specialistici e sessioni di counseling individuale, offrendo percorsi in cui il simbolo diventa una chiave per la comprensione profonda della propria identità.

Oggi svolge professione di counseling ad indirizzo analitico transazionale, è formatore qualificato ASPIN, e ricercatrice e saggista per Anima Edizioni.

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